Articolo · Scritto da Costantino Pistagna

Il passaggio

Chi comanda davvero Apple e chi la comanderà: tra tribunali, eredi e un video di Jobs del 1999.

Il passaggio

Luglio 1999, campus Apple, Cupertino. Steve Jobs sta in piedi davanti ai suoi ingegneri. L'iBook G3 è appena stato lanciato al Macworld di New York, AirPort ha reso il cavo ethernet un ricordo e l'azienda che due anni prima era a novanta giorni dal fallimento ha di nuovo un battito cardiaco. La registrazione dura quindici minuti. Nessuno l'aveva mai vista. Poi Akira Nonaka, ex ingegnere Apple, l'ha caricata online ed il video è diventato la capsula del tempo più rivelatrice nella storia di Cupertino.

Non per le rivelazioni: non ce ne sono. Per il tono.

Jobs parla di una matrice a quattro quadranti: consumer e professional, desktop e portatili. Quattro prodotti. Nient'altro. Parla dell'integrazione verticale come vantaggio competitivo: controllare hardware e software insieme permette di muoversi più velocemente di chiunque altro. Jobs dice una frase che nel 2026 suona molto diversa da come suonava allora:

«Il mio obiettivo non è mai stato il risanamento finanziario. Il mio obiettivo è rendere Apple di nuovo grande.»*.

Make Apple great again. Ventisette anni prima che diventasse uno slogan di qualcun altro, con un significato radicalmente diverso. Per Jobs, grande non significava grande in borsa. Significava grande nei prodotti. Poi aggiunge:

«I prodotti che stiamo preparando sono i migliori che abbia mai visto in vita mia.»*.

Stava parlando del Power Mac G4 e di quello che sarebbe diventato Mac OS X. Non poteva sapere che sei anni dopo avrebbe tenuto in mano un telefono capace di cambiare il mondo. O forse sì.

Quel video conta adesso per una ragione precisa. Perché nelle stesse settimane in cui è riemerso, Bloomberg ha pubblicato il ritratto più dettagliato mai scritto sull'uomo che erediterà quella visione. Un tribunale californiano ha ridisegnato i confini dell'App Store. Bruxelles ha imposto ad Apple con chi condividere le notifiche ed il CEO che ha guidato l'azienda per quindici anni ha detto in televisione che non riesce a immaginare la vita senza Apple.

Personalmente, guardando tutto insieme, il disegno è chiaro: la tensione tra apertura e controllo che definisce Apple da cinquant'anni sta raggiungendo il punto di rottura e la domanda su chi la gestirà non è mai stata così urgente.


L'erede che costruisce cose#

John Ternus non è un nome che il grande pubblico conosce ma dentro Apple è l'uomo più potente dopo Tim Cook. Per certi aspetti, forse, più influente di Cook stesso.

Il profilo di Mark Gurman su Bloomberg Businessweek racconta una storia che va oltre il solito "chi sarà il prossimo CEO". Racconta di un ingegnere hardware che ha cambiato il software. Nei primi anni dell'iPad, Ternus si rese conto che il dispositivo era limitato non dall'hardware, più che capace, ma dal sistema operativo: iOS, lo stesso dell'iPhone, non sfruttava né lo schermo né il processore. Andò da Craig Federighi e lo convinse che l'iPad meritava un OS proprio. Il risultato si chiama iPadOS. Ci sono voluti anni prima che il software raggiungesse le potenzialità che Ternus aveva intuito fin dall'inizio.

Non è una storia da ingegnere hardware. È una storia da leader di prodotto: qualcuno che vede il sistema intero, non solo la parte che gli compete. Lo stesso tipo di visione che Jobs mostrava nel 1999 quando parlava di integrazione verticale.

Da quando è diventato capo dell'ingegneria hardware nel 2021, Ternus ha invertito quello che Gurman definisce un "declino della qualità dei prodotti". Batterie più durature, performance migliori, connettività più affidabile. A fine anno, Cook gli ha affidato anche i team di design, quelli che erano di Jony Ive e poi di Alan Dye. Cinque divisioni rispondono a Ternus: hardware engineering, hardware product design, product testing, home/audio/robotics, e il team Apple Design.

È un impero. I segnali esterni sono altrettanto eloquenti: il MacBook Neo, il prodotto più importante del primo trimestre 2026, non è stato lanciato da Cook. È stato lanciato da Ternus, a New York, con un'apparizione su Good Morning America. Sono i gesti, cioè, di un CEO in formazione.

C'è un dettaglio nel profilo che vale la pena sottolineare. Gurman scrive che Ternus inizialmente

"non aveva colto appieno l'importanza dell'AI"

ma che ora la considera centrale. È un candore raro in un profilo corporate. Racconta di un leader che sa cambiare idea. Jobs cambiava idea continuamente. Cook quasi mai. Ternus, a quanto pare, sta nel mezzo.


L'uomo che non va in pensione#

«I can't imagine life without Apple.»

Tim Cook lo ha detto a Good Morning America, visitando una scuola ad Harlem con un gruppo di studenti che facevano musica con iPad. Il Financial Times aveva riportato l'anno scorso che la successione era in preparazione per inizio 2026. Non è avvenuta. Cook ha sessantacinque anni. Guida l'azienda dal 2011: quindici anni alla guida, più di Steve Jobs se contiamo il periodo continuativo dal ritorno nel '97.

Ha parlato di seicento miliardi di dollari di investimenti negli USA nei prossimi quattro anni: vetro per iPhone in Kentucky e chip in Arizona. Ha parlato anche delle tariffe: «Monitoriamo i procedimenti legali». Su Trump, ha poi detto:

«Interagisco su policy, non su politica».

Linguaggio da diplomatico navigato, lo stesso che ha tenuto Apple al riparo dai dazi quando il resto della Silicon Valley tremava.

La domanda del Financial Times, però, non scompare perché Cook la ignora. La successione non è una speculazione: è una certezza temporale. L'unica variabile da decifrare è il quando. Il fatto che Cook sorrida e dica di non immaginare la vita senza Apple è, paradossalmente, la conferma più eloquente che qualcuno a Cupertino ci sta pensando molto seriamente.

Ma il passaggio di testimone, quando arriverà, non sarà un evento. Sarà, secondo me, il culmine di un processo già in corso. Cook che cede il design a Ternus. Ternus che lancia il MacBook Neo al posto di Cook. Le cinque divisioni che rispondono a un uomo solo. Il consiglio di amministrazione che osserva. Ogni gesto è un tassello di una transizione che procede con la discrezione tipica di Cook: silenziosa, metodica, e per questo più irreversibile di qualsiasi annuncio formale.

Ma l'uomo che erediterà Apple non erediterà la stessa Apple.


Il tribunale che riscrive le regole#

Nel 2007, Steve Jobs salì sul palco del Moscone Center e presentò un telefono su cui l'utente non poteva installare nulla. Safari, Messaggi, Foto ed iPod. Il messaggio implicito era brutale nella sua chiarezza:

Questo è il mio telefono e tu lo usi come dico io.

Diciannove anni dopo, quel messaggio è in frantumi.

Il Ninth Circuit, la Corte d'Appello federale più influente degli Stati Uniti, ha respinto all'unanimità entrambe le petizioni di riesame di Apple nel caso Epic Games. Tutti e tre i giudici del panel hanno detto no. Il tribunale plenario ha detto no. Un singolo giudice ha raccomandato il riesame: il resto della corte lo ha ignorato. Apple deve permettere agli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso metodi di pagamento esterni all'App Store. La commissione del trenta percento, il pilastro economico dell'ecosistema iOS, ha una crepa strutturale.

Non è stata abolita. Nessuno compra e comprerà direttamente dall'app senza passare per Apple, ma il monopolio sull'informazione è finito: ora lo sviluppatore può dire all'utente:

«Puoi pagare anche di là, costa meno».

Le opzioni rimaste? La Corte Suprema, che ha già rifiutato di esaminare un ricorso precedente nella stessa causa. È come bussare alla porta di qualcuno che ti ha già detto di andartene.

Nella stessa settimana, però, un giudice federale ha consegnato ad Apple la vittoria legale più importante nella storia dell'App Store: il caso Musi. La giudice Eumi Lee ha stabilito che il Developer Program License Agreement dice esplicitamente che Apple può rimuovere un'app "with or without cause", purché dia notifica. Apple può cacciarti e non deve nemmeno spiegarti perché.

Da un lato, Epic costringe Apple ad aprire i pagamenti. Dall'altro, Musi conferma che Apple può rimuovere chiunque dal negozio senza giustificazione. Il giardino recintato perde una porta ma rafforza le mura. Non è una contraddizione: è il modo in cui il potere si riorganizza quando viene sfidato.

Cede dove deve cedere, e si consolida dove nessuno guarda.


Il martello pneumatico di Bruxelles#

Se il tribunale americano ha aperto una crepa, l'Unione Europea usa il martello pneumatico.

iOS 26.5 beta è uscita con cambiamenti che nel 2015 sarebbero stati impensabili. Le Live Activities, quelle animazioni in tempo reale che mostrano il timer della pizza o il punteggio della partita, ora funzionano sugli smartwatch Android: Samsung, Pixel Watch, qualsiasi cosa con WearOS. Il pairing automatico, quel gesto magico in cui avvicini gli AirPods all'iPhone e si connettono da soli, sarà disponibile per le cuffie Sony, Bose, Sennheiser e tutte le altre. Le notifiche dell'iPhone potranno essere inoltrate a smartwatch non Apple. L'intero flusso, dal messaggio alla vibrazione al polso, funzionerà cross-platform.

Tutto questo non è una scelta di Apple. È il Digital Markets Act. Bruxelles ha stabilito che iOS è un gatekeeper e che i gatekeeper devono garantire l'interoperabilità. Apple ha resistito, avvertito, protestato, argomentato. E poi ha eseguito, ma a modo suo.

Il nuovo Developer Program License Agreement contiene una sezione, la 3.3.3(J), che è un capolavoro di ingegneria legale. I dati delle notifiche inoltrate a dispositivi terzi non possono essere usati per pubblicità, profilazione, addestramento di modelli AI. Non possono tracciare la posizione. Devono restare cifrati. Devono essere cancellati quando l'accessorio si disconnette.

Apple ha aperto la porta. Ma ha installato il metal detector, la telecamera, il badge di accesso e il cane da guardia. La porta è aperta, a condizioni di Apple. Da sviluppatore, devo ammettere che è elegante. Non puoi accusare Apple di non rispettare il DMA: le Live Activities funzionano su Samsung. Non puoi accusarla di compromettere la privacy: le regole sono più rigide di qualsiasi cosa l'UE abbia chiesto. Apple ha trasformato un obbligo in una dimostrazione. Il cinismo e l'ammirazione, in questo caso, convivono senza conflitto.


Il giardino e il vibe coding#

C'è un altro fronte dove la tensione tra apertura e controllo è diventata insostenibile. Si chiama vibe coding.

Da gennaio, Replit e Vibecode, le app che permettevano a chiunque di creare software descrivendo in linguaggio naturale quello che voleva, non riescono più a pubblicare aggiornamenti sull'App Store. Apple cita la guideline 2.5.2:

un'app non può eseguire codice che modifica la propria funzionalità.

La soluzione proposta? Replit dovrebbe mostrare le app generate in un browser esterno. Vibecode dovrebbe rimuovere la possibilità di generare software per piattaforme Apple. Puoi creare app con l'AI, basta che non funzionino su iPhone.

Alla WWDC dello scorso anno, Apple aveva presentato con enfasi l'integrazione di strumenti di coding AI direttamente in Xcode. Partnership con OpenAI e Anthropic. Coding agentico. L'intelligenza artificiale che scrive codice per te, dentro lo strumento di sviluppo ufficiale di Apple. Vibe coding, in tutto e per tutto: solo che quando lo fa Apple si chiama "innovazione" e quando lo fa Replit si chiama "violazione della guideline 2.5.2".

Il messaggio, non detto ma cristallino: puoi usare l'AI per creare software, ma solo con i nostri strumenti, sulla nostra piattaforma, secondo le nostre regole. Il vibe coding va bene quando passa da Xcode e genera app che Apple può controllare, rivedere e approvare. Non va bene quando democratizza la creazione al punto che chiunque, senza un Mac e senza Xcode, può costruire qualcosa direttamente dal telefono.

La linea tra "protezione dell'utente" e "protezione del monopolio sulla distribuzione" è sottile, e Apple la attraversa con la nonchalance di chi è sicuro che nessuno lo chiamerà a risponderne. Qualcuno ci ha provato: il caso Musi dimostra come va a finire.


Il rifugio nel silicio#

C'è un luogo dove nessun tribunale, nessun regolatore e nessun governo può entrare. Si chiama silicio.

Mentre Apple perde il controllo su pagamenti, notifiche e Live Activities, costretta ad aprire quello che per vent'anni ha tenuto chiuso, sta costruendo un vantaggio che nessuno può regolamentare: la capacità di far girare l'intelligenza artificiale direttamente nel proprio hardware.

Ollama, l'applicazione open source per eseguire modelli di linguaggio in locale, ha rilasciato un aggiornamento che sfrutta MLX, il framework di machine learning di Apple, per accelerare l'inferenza sui chip Apple Silicon. I risultati: 1,6 volte più veloce nell'elaborazione dei prompt, quasi il doppio nella generazione delle risposte. Sui chip M5, i miglioramenti sono ancora più marcati grazie ai Neural Accelerator integrati nella GPU.

Ma il dato che secondo me conta non è tanto il benchmark, ma la direzione. L'AI che gira sul tuo Mac, con i tuoi dati, senza uscire dal tuo dispositivo, senza chiedere permesso a nessuno, sta diventando veloce abbastanza da essere utilizzabile per il lavoro quotidiano. Il Neural Engine degli M5, il framework MLX, la memoria unificata: vantaggi architetturali. Non clausole contrattuali che un giudice può riscrivere.

Quando tutto è contestato, quando i tribunali decidono sui pagamenti e Bruxelles impone l'interoperabilità, il silicio resta. È l'unico terreno dove Apple è ancora sola a decidere le regole. Ed è il terreno dove Jobs, nel 1999, aveva piantato la bandiera: controllare hardware e software insieme. L'integrazione verticale come fossato.

Amazon spenderà 200 miliardi di dollari in infrastruttura AI nel 2026. Google 185. Meta 135. Microsoft 114. Apple? Circa 14 miliardi di capital budget complessivo, non specificamente per l'AI: per tutto. La differenza non è un errore di calcolo. È una scelta filosofica: trattare l'AI come una feature, non come un prodotto. Non entrare nella corsa all'armamento dei data center, e puntare invece sul dispositivo che hai in tasca. È la stessa logica di Jobs con la matrice a quattro quadranti: pochi prodotti, controllo totale, integrazione verticale.

La strategia paziente, però, ha un costo. Quando Google regala Personal Intelligence a tutti e Siri risponde ancora «Ecco cosa ho trovato sul web», la pazienza è indistinguibile dall'immobilismo. L'architettura migliore del mondo non serve a niente se il prodotto non arriva. Chi chiede a Siri qualcosa di complesso non si consola con un white paper sulla privacy. L'ingegneria perfetta consegnata in ritardo, insomma, è indistinguibile dall'assenza.


Due video, ventisette anni#

Nel 1999, Steve Jobs stava in piedi davanti ai suoi ingegneri e parlava di quattro prodotti in una matrice due per due. Il futuro era semplice, la visione chiara, il nemico era il caos dei cento prodotti che aveva trovato al suo ritorno.

Nel 2026, la matrice è esplosa. iPhone in sei varianti, Mac in otto, iPad in cinque, Watch, AirPods, Vision Pro, e una linea smart home in arrivo. Il futuro è un iPhone che si piega, un modem fatto in casa, e un'AI che parla con la voce di Google dentro il corpo di Siri. I tribunali riscrivono le regole dell'App Store. I regolatori impongono l'interoperabilità. Il vibe coding viene bloccato con una mano e promosso con l'altra.

Ma sotto la complessità, il principio è lo stesso. Jobs nel 1999: controlliamo tutto, hardware e software, e questo ci rende più veloci. Ternus nel 2026: l'iPad aveva bisogno del suo OS, il modem doveva essere nostro, il declino della qualità si inverte controllando ogni pezzo della catena.

Due uomini diversi. Lo stesso istinto.

Il passaggio non è un evento. È un processo che si muove con la discrezione di Cook e la concretezza di Ternus. Chi guiderà Apple lo farà in un mondo dove il controllo totale non è più possibile, dove un tribunale di San Francisco decide quanto puoi far pagare un'app, dove Bruxelles decide a chi puoi mandare una notifica, dove Pechino decide quando puoi accendere il tuo software. Chi guiderà Apple dovrà capire cosa tenere stretto e cosa lasciare andare; dove resistere e dove l'apertura, fatta alle proprie condizioni, è più potente della chiusura.

Nel 1984, Apple trasmise il celebre spot del Super Bowl: una donna atletica che lancia un martello contro uno schermo gigante, liberando le masse dal Grande Fratello. Nel 2026, il computer personale è più potente ed economico che mai, un laptop da 599 euro batte server cloud nei benchmark. L'AI permette a chiunque di descrivere un'app e vederla prendere forma. Ma il giardino ha un muro e la donna con il martello, quarantadue anni dopo, lavora dall'altra parte dello schermo.