Completely remastered
Un iPod nano del 2007, una figlia di dieci anni e tre tentativi per riportarlo in vita. Perché, a volte, il regalo migliore è un limite.
Nel 2007 ho comprato un iPod nano di seconda generazione, 4 GB, Product Red. L'ho usato tantissimo, soprattutto per correre, collegato al sensore Nike+ nascosto nella scarpa. Poi è arrivato l'iPhone: l'iPod è uscito di casa sempre meno, finché è rimasto in un cassetto.
Era il nano con cui Apple, nel settembre del 2006, aveva ripensato da capo il suo lettore più piccolo: scocca in alluminio anodizzato, colori brillanti, ventiquattro ore di autonomia. Completely remastered, diceva la campagna. Poche settimane dopo era arrivata la versione Product Red, il primo prodotto Apple di quella serie, con una parte del prezzo devoluta al Global Fund per la lotta all'AIDS in Africa. E il kit Nike+iPod, presentato quella stessa primavera, funzionava soltanto con il nano: un sensore nella suola, un piccolo ricevitore nel connettore, e ogni corsa diventava un dato da conservare.
Nel 2026 l'ho ripreso in mano pensando a Sara, mia figlia. Ha dieci anni e ama la musica. Ho scelto di rimandare lo smartphone almeno fino ai dodici o tredici anni: vorrei darle il tempo di scoprire cosa le piace, senza portarsi già in tasca social, notifiche e un flusso continuo di cose da guardare. È una scelta educativa che mi sembra valga la pena difendere, anche quando sarebbe più comodo cedere.
Con la musica vedo già quanto sia facile perdere il filo. Ogni tanto, a casa, Sara usa un iPad: parte una canzone, poi si apre qualcos'altro, e l'ascolto scivola come sottofondo. Volevo offrirle uno spazio in cui godersi la musica senza avere sempre un'altra attività a un tocco di distanza.
Il vecchio iPod mi sembrava perfetto. Una libreria finita, fatta di musica che possediamo e che scegliamo noi. Cuffie con il filo, nessuna notifica, nessun algoritmo a decidere il prossimo brano. Anche decidere cosa mettere in quei 4 GB poteva diventare parte del regalo.
Prima, però, bisognava farlo funzionare.
La batteria nuova e il filo bianco#
L'iPod si accendeva soltanto collegato al caricabatterie e il display aveva perso la retroilluminazione. Su eBay ho comprato una batteria nuova e uno schermo compatibile, pronto a sostituire entrambi. È bastato cambiare la batteria perché lo schermo originale tornasse a illuminarsi: il problema, probabilmente, era nell'alimentazione. Di sicuro il display non era morto, come avevo pensato.
Per qualche giorno ho creduto di aver risolto. Poi la batteria si è scaricata e non ha più voluto saperne di ricaricarsi. Tutta la musica che avevo ascoltato fino a quel momento era merito della carica con cui la batteria era arrivata.
Il guaio, in realtà, l'avevo combinato io. Dissaldando la vecchia batteria avevo danneggiato il piccolo anello di rame sulla logic board a cui si collega il filo bianco. La batteria ha tre fili, e quel terzo collegamento, che all'inizio avevo sottovalutato, era diventato il centro di tutta la diagnosi. Il tester segnava un'interruzione proprio sul punto danneggiato: l'iPod riusciva ad alimentarsi, ma la ricarica non partiva.
In questa fase mi sono fatto aiutare anche da ChatGPT, ragionando insieme sulle misure del tester e sulle fotografie della scheda. Mi è servito a capire cosa controllare, ma nessuna conversazione poteva rendere più grande quel minuscolo punto di saldatura. Recuperarlo andava oltre quello che riuscivo a fare con i miei strumenti.
Un donatore con lo schermo bianco#
Su eBay ho cercato un altro iPod identico, venduto come non funzionante. Del suo stato sapevo una cosa sola: collegato alla corrente, il display si accendeva e restava completamente bianco. Era una scommessa. Poteva trattarsi di uno schermo guasto, oppure di un problema molto più serio.
Prima di aprirlo l'ho collegato al Mac. Il Finder lo riconosceva e mi lasciava sincronizzare la musica; anche la click wheel faceva il suo solito clic. Erano buoni segnali.
L'ho smontato e l'ho collegato al mio display originale: funzionava. La batteria del donatore sembrava ancora in buona salute, così l'ho lasciata al suo posto. Dopo l'esperienza con il filo bianco, non avevo alcuna voglia di rischiare un'altra saldatura. Ho trasferito scheda e batteria nel mio guscio rosso.

Sembrava fatta. Di nuovo.
L'ultimo tentativo#
Collegando il caricatore, l'iPod segnalava correttamente la ricarica. Il problema era che, scollegandolo, continuava a segnalarla. Un riavvio forzato rimetteva a posto l'indicatore, ma si portava via la retroilluminazione. Bastava ricollegare il cavo per tornare al punto di partenza.
La cosa più strana era la tensione della batteria, che saliva: la ricarica avveniva davvero, era lo stato mostrato a schermo a restare bloccato.
Stavo quasi per rinunciare. Non volevo comprare altri ricambi per inseguire un guasto che sembrava cambiare forma ogni volta. Ho fatto un ultimo tentativo: ho riaperto tutto e ho osservato la logic board con più attenzione. Vicino al connettore a 30 pin, lo stesso che Apple ha montato su iPod, iPhone e iPad dal 2003 fino all'arrivo del Lightning nel 2012, c'era dell'ossido.

Ho pulito la zona con un prodotto specifico per componenti elettronici, ho lasciato asciugare bene la scheda e ho riprovato. Questa volta, staccando il caricatore, l'indicatore cambiava stato. E dopo il riavvio anche la retroilluminazione era al suo posto. Non ho individuato il componente preciso coinvolto, ma dopo la pulizia il comportamento anomalo era sparito.
Ho rimontato tutto con il display originale, caricato un po' di musica e ascoltato per un'ora, attento a qualunque segnale di un nuovo problema. Non ne sono comparsi. Finalmente potevo regalarlo.
Quando l'ho dato a Sara, è impazzita dalla gioia.

Una libreria finita#
Guardandola, ho ripensato a come ascoltavamo la musica noi. Ai vinili e ai CD, al gesto di accendere l'amplificatore, di sfilare un disco dalla custodia, di guardare la copertina mentre partiva la prima traccia. E, prima ancora, all'attesa: mettere da parte la paghetta settimanale, andare al negozio di dischi, scegliere quale album portarsi a casa. Quel CD te l'eri guadagnato, e volevi conoscerlo davvero. Capitava che una canzone saltata ai primi ascolti diventasse, col tempo, la tua preferita.
Quando Steve Jobs presentò il primo iPod, il 23 ottobre 2001, la promessa stava tutta in una frase: mille canzoni in tasca. Erano tantissime, ma erano un numero. Una libreria grande, eppure finita, che qualcuno doveva riempire scegliendo un disco dopo l'altro. Venticinque anni dopo, la promessa è diventata un'altra: tutta la musica del mondo, subito.
Con lo streaming abbiamo a disposizione una quantità di musica che allora non avremmo nemmeno saputo immaginare. Lo uso anch'io, e sarebbe assurdo negarne la comodità. Ma tutto sembra gratis, o quasi: il costo del singolo disco si scioglie dentro un abbonamento, e passare al successivo non richiede più una vera scelta. A volte mi ricorda un all you can eat, dove l'abbondanza ti spinge ad assaggiare continuamente qualcos'altro. Al ristorante stellato, invece, ti siedi anche per dedicare tempo e attenzione a quello che arriva nel piatto. Con la musica, qualunque cosa si ascolti, mi piacerebbe conservare un po' di quell'attenzione.

Per me l'iPod è già stato il passaggio dai dischi ai file. Ora può fare da ponte verso Sara: possiamo scegliere insieme cosa caricarci, io posso farle ascoltare qualcosa di mio e lei può farmi scoprire qualcosa di suo.
Apple ha smesso di produrre il nano nel 2017, e nel maggio del 2022 l'ultimo iPod è uscito di listino. Nel catalogo di Cupertino non c'è più. Nella stanza di Sara, sì.
Non so quanto durerà la batteria del donatore, né per quanto riuscirò a rimandare il suo primo smartphone. Intanto, il lettore con cui andavo a correre nel 2007 è nelle sue mani. E ha ancora qualche canzone da farci ascoltare.
Immagine di copertina: «Completely remastered», la campagna Apple per l'iPod nano di seconda generazione, 2006. Fonte: portfolio di Darwin Tomlinson.